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Di Maria Torrisi,

Non è solo il glutine ad intossicare le tante persone che si scoprono “sensibili” alla proteina contenuta in molti cereali (frumento, farro, avena, segale, spelta, orzo, kamut, bulgur, cus cus e tricale). La “gluten sensitivity” è una condizione che produce fastidi anche molto noiosi, ma che è ancora difficile da diagnosticare perché non sono ancora state messe a punto indagini strumentali adeguate o individuati test clinici capaci di rilevarne la presenza con oggettività scientifica, come invece avviene per la celiachia, l’intolleranza assoluta al glutine.

Ma questa forma atipica di celiachia sembra che si stia diffondendo sempre più tra la popolazione che, dopo molti fastidi e svariati consulti medici, finisce per essere indirizzata dagli stessi specialisti ad una dieta non solo priva di glutine, ma che esclude anche il lattosio, lo zucchero contenuto nel latte e nei suoi derivati (creme, panna, burro non chiarificato, formaggi freschi e bevande a base di latte).

Dati alla mano, attraverso lo studio di campioni di popolazione che riferisce di avere disturbi gastro-intestinali, della “gluten sensitivity” si è parlato – insieme ai più ampi temi della diagnosi precoce della celiachia, dell’ opportunità di una più fresca e variata alimentazione anche per le persone che hanno restrizioni alimentari, delle particolari complicanze della malattia sulle donne e del ruolo chiave e di supporto del farmacista nel consigliare il paziente – durante un incontro, organizzato allo Sheraton di Catania dalla sezione regionale dell’Aic (l’associazione italiana celiachia), per un pubblico di medici, farmacisti e pazienti.

“Spesso i disturbi sono collegati non solo al glutine ma anche al lattosio – ha spiegato il prof. Antonio Carroccio, referente del centro Hub dell’Asp di Agrigento presso l’ospedale Giovanni Paolo II di Sciacca – per questo la dieta di un paziente che si ritiene sia affetto da “gluten sensitivity” dovrebbe escludere entrambe le componenti alimentari. Ma c’è di più, perché si sta notando che anche i celiaci, se escludono dalla propria alimentazione il lattosio, riducono percentualmente l’incidenza dello sviluppo delle patologie correlate, come la tiroidite, l’osteoporosi o l’anemia ad esempio”.

Si tratta ancora di studi, che l’Aic in parte sta contribuendo a finanziare, ma i primi risultati sembra che vadano in questa direzione.

“Per una corretta alimentazione senza glutine – ricorda la dott. Noemi Vacirca, dietista Aic Sicilia – si consiglia di consultare il prontuario redatto dall’Aic e per rendere più sicuro il reperimento degli alimenti, l’associazione concede in licenza d’uso il marchio “spiga sbarrata” ai prodotti idonei al consumo da parte delle persone celiache. In tutta Italia, inoltre, ci sono 2.500 locali – tra ristoranti, pizzerie, alberghi, gelaterie, navi da crociera – che conoscono la malattia e possono fornire pasti senza glutine e senza contaminazione”.

Ma se le forme più gravi sono facilmente diagnosticabili, molto ancora c’è da fare per far emergere il sommerso.

“Si stima che in Italia i celiaci siano 600 mila, ma i casi ufficialmente diagnosticati sono molti di meno – spiega la dott. Cinzia D’Agate, referente del centro Hub del Policlinico – Vittorio Emanuele di Catania – e, anche se negli ultimi anni la parte nascosta dell’iceberg sta emergendo velocemente, ancora molte persone non sanno di essere intolleranti al glutine nelle sue varie forme: forma classica, non classica, silente e potenziale, forme nelle quali la sintomatologia può essere assente pur essendo chiara la predisposizione genetica, o possono comparire i sintomi anche se l’esito dei test può risultare negativo”.

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