72296_10200652926907913_2128390735_nA cura di Fabio Fidotta

I recenti fatti di cronaca che hanno visto un docente aggredito dalla madre e dal fratello di un’alunna successivamente ad una valutazione non gradita da parte della famiglia, impone a tutti noi una seria riflessione.
Ovviamente è chiaro a tutti il cambiamento sociale che ha investito negli ultimi lustri la nostra Comunità; un mutamento che ha trasformato la figura del docente da “Maestro” ad un mero “impiegato della scuola”.
<Guai a te se mi chiama il tuo prof> È stata la frase che per anni ha accompagnato la vita scolastica di intere generazioni. In poche parole era racchiuso un concetto semplice ma fondamentale; l’insegnante era colui che doveva trasmettere il proprio sapere, valutare gli apprendimenti, accompagnare il ragazzo verso la maturità.
Le famiglie demandavano ai componenti dei consigli di classe l’integrazione di un’educazione di base da loro fornita riconoscendone in toto il ruolo di educatori. Non necessitava nient’altro, esisteva solo la consapevolezza di percepire la ripartizione dei ruoli all’interno della comunità scolastica fondata su un valore intramontabile: il rispetto.
Ogni alunno rispettava i propri docenti ed, allorquando ciò non si verificava, l’intervento del genitore era pronto a condannare il comportamento del proprio figlio, indipendentemente se allo stesso potevano essere riconosciuti delle attenuanti. Il docente era il docente, tutto il resto non aveva senso di esistere.
Questo, se da un lato era percepito dagli alunni come un’assenza totale di diritti, dall’altro permetteva ad ogni insegnante la possibilità di poter esprimere la propria professione al meglio, riuscendo a raggiungere risultati straordinari sia dal punto di vista professionale sia dal quello umano. Il tutto naturalmente fondato sul rispetto.
Oggi purtroppo si assiste ad una de-generazione, ad un processo che, oltre a sconvolgere i ruoli all’interno di una scuola, rischia seriamente di compromettere la normale vita scolastica.
Nei famigerati incontri scuola-famiglia, una volta percepiti dagli alunni come una sorta di “tribunale dell’inquisizione”, oggi si assiste a colloqui dove i docenti sono chiamati spesso a giustificare le proprie azioni ed il proprio lavoro.
Un provvedimento disciplinare adottato nei confronti di un alunno, causa di punizioni e privazioni messe in atto dalla famiglia per lunghi periodi una volta, negli ultimi periodi senza una spiegazione valida e convincente, difficilmente è accettata dai genitori; in alcuni casi, finanche a delle delucidazioni chiare e precise, perdura sempre il dubbio che il lavoro docente sia risultato inefficace.
Naturalmente ciò non significa che tutto quello che accade all’interno di una comunità scolastica è da imputare agli alunni, ma certamente la poca collaborazione da parte delle famiglie in alcuni casi non consente l’instaurazione di un rapporto sereno tra le parti.
A questo punto mi chiedo a cosa serve sottoscrivere il “Patto di corresponsabilità” con le famiglie quando al primo campanello di allarme il genitore diventa l’avvocato difensore del figlio?
Nella maggior parte dei casi i docenti comprendono lo stato d’animo di un genitore ma, laddove si evincono la correttezza e la professionalità del lavoro svolto, non è possibile accettare alcuna forma di contestazione.
Oltre ad una condanna decisa e ferma del gesto che ha visto il collega oggetto di aggressione, per il quale non ritengo necessitano altri commenti, è opportuno interrogarsi sull’accaduto.
In una società civile non è possibile assistere ad episodi simili, motivo per il quale, prima di fornire nozioni di natura culturale, professionale e pratico, forse è arrivato il momento di insegnare il valore di quella parola che con fatica ed impegno ci è stata trasmessa: il rispetto.

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